zurika
       
  domenica, 20 giugno 2004

 

Fuori programma

 

Stasera il cielo era di un blu limpidissimo rischiarato a ovest dalla luce del sole non del tutto tramontato, e una falce di luna al neon splendeva decisa, come ad indicare la direzione della sua fonte di luce ed energia.

Ho pensato che forse anche quel signore tra pochi giorni potrà guardare di nuovo il cielo. Invece di consumare tutta la sua vita tra le lamiere di un guard-reil e quelle di una Punto blu – la mia – lui ha deciso di continuare.

Forse protetto dall’alto, forse per puro caso, ma mi sembra ancora adesso impossibile che in quell’urto in cui abbiamo rischiato in due qualcosa di importante, lui ne sia uscito quasi completamente illeso.

Certo, ha i segni del colpo subìto, ha degli ematomi che gli costellano il viso, ma di sicuro è praticamente integro, nonostante fosse finito con quella bici da corsa sotto la mia auto.

Di colpo, sbucato dal nulla sulla mia corsia.

Mentre tornavo dall’Esselunga con la mia spesa a base di prodotti bio.

Inaspettato, imprevisto. Fuori programma.

La spesa bio nel bagagliaio.

Fuori programma.

Chissà che sapore avrà il latte di soja, non l’ho mai assaggiato...

Di colpo vuole svoltare a sinistra.

E il latte di riso, anche, chissà.

Ma non mi vede arrivare.

Spero che il sacchetto dello zucchero di canna non si sia rotto sotto il peso degli altri pacchetti.

Agita forse una mano.

Piove.

Fuori programma.

Certo, la marmellata bio però avrà lo stesso sapore dell’altra.

E il caffè?

Freno.

Non frena.

piove

non frena strada bagnata

non frena c’è un bivio c’è un uomo c’è un fosso

la mia macchina è blu.

-non sono caduta nel fosso-

silenzio, fate silenzio, chi grida? l’autoradio non si spegne

la spengo.

apro la portiera ma

non si apre.

le sue gambe la bloccano

la sua testa è schiacciata contro il guard reil

-

Oggi dormiva, alle sei.

Dormiva integro.


- scritto da Zurika 23:29 | commenti (9) -


mercoledì, 16 giugno 2004

 

Le tre giornate di una scrutatrice

 

“Senta... mi scusi...” - la donna era spuntata dalla cabina con le schede elettorali in mano – “ma qua, sotto al simbolo del partito, dove c’è questa riga, cosa bisogna scrivere?”

“Se ha delle preferenze per qualche candidato, le può indicare”

“Aaahh... non devo firmare, allora?”

“...No, signora...”.

Quando ero stata chiamata come scrutatrice, mi aspettavo, in effetti, di assistere a scenette di un certo rilievo... e pensare che fino alla sera prima, le elezioni mi erano sembrate qualcosa di assolutamente lontano, non ci pensavo, ed ero completamente ignara della quantità di ore che avrei passato lì, in quell’auletta delle scuole elementari del paese.

Assonnata, mi ero presentata alle 9 di mattina per apporre la mia “preziosa” firma su circa milleduecento schede elettorali... e, a lavoro ultimato, mi sembrava perfino di non aver più nient’altro da fare in quel seggio.

Ma erano solo le 12 di sabato. Non potevo sapere che per 2 giorni ci sarebbe stata una fila interminabile di persone, in corridoio, in attesa di votare. Avevo notato che poi si presentavano “a fasce”: i giovani di pomeriggio, le famiglie con bambini poco prima di pranzo o di cena. Gli anziani (persone del 1925, del 22 e perfino del 1911!) di domenica mattina presto... Certo, la messa delle 8.30! Le donnette, poi, erano vestite tutte uguali, con una specie di tailleurino sul blu o sul grigio, tutte molto energiche e convinte. Era il loro voto.

“E tra 5 anni verrò ancora qui a votare per il nuovo sindaco! Mi vedrete ancora qua!” - il signore del 1911, quando ci ha riconsegnato le schede, era raggiante.

Mentre era nella cabina, avevamo giusto chiaccherato tra noi sulla sua età, su quante cose doveva aver visto e passato...

1911.

Avevo pensato che magari aveva conosciuto mia nonna, erano dello stesso anno. Magari erano stati amici, magari là c’era un qualcosa di lei, in quegli occhi vispi... Forse avrei dovuto chiederglielo.

Forse sì. Quando abiti in un paese di 6000 abitanti (oggi, all’epoca saranno stati la metà), ci si conosce sempre.

Io ad esempio, sapevo già con chi sarei finita in seggio... così, “a sensazione”, e non mi sono stupita quando sabato mattina ho trovato proprio le persone che pensavo.

In un pese però, il pettegolezzo dilaga.

-“Questa, questa che è entrata adesso... prima era un uomo. Sìsì, ha fatto l’operazione in America”

-“...Ohh... quella là tutta truccata, con la minigonna... ommadonna, è la morosa del mio uomo”

-“...Sì, e quella bionda che si è appena risposata, ha tentato il suicidio ed è in ospedale, adesso...”

-“Dai, Gianna, esci dalla cabina, muoviti a votare, non farci stare qui fino a mezzanotte”... e la Gianna, uscendo con le schede aperte: “Ah sì? Toh, ecco, piegàtevele voi le vostre schede!!”

Per non parlare del tizio con moglie al seguito che mi ha tirato una pacca sonora sul fondoschiena mentre ero sulle scale a parlare con una mia amica... “Queste ragazze che stanno lì in mezzo istigano alla tentazione” – (evito di riportare i miei commenti in risposta).

Naturalmente il toccatore-di-fondoschiena in che seggio doveva votare?

Nel mio.

E chi c’era a dover prendere i suoi dati anagrafici?

Io.

Ahaha!

Però, triste scoprire che si trattava del padre di un mio amico...

Beh, tutto questo era passato in secondo o terzo piano, poi, quando mi son ritrovata alle QUATTRO E MEZZA di domenica notte a dover ancora fare tutti i conti di quanti avevano votato, e quanti avevano dato la preferenza a Tizio o a Caio, e via dicendo. I nomi dei candidati mi si sovrapponevano alla vista. Non distinguevo più le singole caselle da barrare in rosso... un trattino per ogni voto. La vista mi si era annebbiata.  Per i corridoi della scuola, nei pochi minuti di pausa, iniziavo quasi ad avere le allucinazioni. Vedevo bambini che giocavano a elastico, che correvano e gridavano.

Si lanciavano le stelle filanti, era carnevale. Forse quel carnevale in cui la mia maestra si era vestita da Renato Zero. Ed ecco me, con un vestitino rosa da fatina e dei capelli d’oro, mentre con la bacchetta magica tentavo di trasformare in principe qualche mio compagno di classe vestito da cow boy. Sì, perchè il vestito da cow boy era il più semplice. Camicia a quadri, jeans, cappello e una pistola finta. Nessuno vestito da principe.

E sentivo quasi anche un pianoforte, e la mia voce che cantava, alle prove dello spettacolo Zurika.

“1027 votanti, i conti tornano!!!”

La voce della segretaria del seggio mi aveva risvegliato dal ricordo di un passato forse oggi molto lontano.

Alle 5 e un quarto, arrivata a casa, era già quasi l’alba. Ancora un paio d’ore e avrei completato il ciclo delle 24 ore di permanenza al seggio numero cinque delle scuole elementari.

E poi... poi era già lunedì pomeriggio.

Di nuovo lì. Di nuovo ad aprire, dividere e contare schede.

In ciascun mazzetto ce n’era una firmata con nome e cognome, ma non si trattava di quella signora di cui dicevo prima. No, era il nome di una signora anziana, degente alla casa di riposo, che al momento di votare (ne aveva fatto richiesta, il presidente era andato là con armi e bagagli) si stava rifiutando “perchè scrivo male”... Ecco cosa pensava di dover scrivere!

Per il resto, insulti o parolacce sulle schede, pochi.

Giusto un paio sulle schede comunali.

Allo stremo delle forze, alle dieci di sera, alla fine di tutto, dopo aver assistito all’esultanza dei vincitori e della nuova sindachessa, abbiamo avuto l’idea di andare in pizzeria.

Dovevo aspettarmelo. Di trovare tutti quelli che avevano lavorato agli altri seggi, lì, in pizzeria.

Sembrava la mensa dell’asilo, tutti a parlarsi tra tavoli diversi, tutti che si alzavano continuamente, tutti a commentare in modo adrenalinico gli esiti degli scrutini, a raccontarsi cos’era successo nei rispettivi seggi, a descrivere l’espessione di delusione dei perdenti, alcuni che invece volevano dei chiarimenti su chi fosse la segretaria del quattro... “ma non era la figlia della tizia? ah, dici che era la sorella di quella? ah, ho capito, quella che aveva sposato quello là...”

Il paese, il paese!

Stanca, dopo 40 ore in tre giorni passate là dentro, per la copiosa cifra di 170 euro.

Avevo pensato di cancellarmi dalle liste da cui ero stata sorteggiata.

Ma non posso negare che tutto questo mi abbia divertito parecchio.

Forse resterò nelle liste.

 

Nota: dedico questo mini-racconto alla mia amica Sere che so che ci teneva molto a leggerlo!


- scritto da Zurika 15:13 | commenti (5) -


mercoledì, 09 giugno 2004

 

Libertà di martedì

Afoso martedì pomeriggio.
Davanti a casa stanno asfaltando. Come possano resistere schiacciati tra il caldo del sole e il nero bagnato della strada, quegli operai, proprio non saprei.
Finestre chiuse, naturalmente. L’odore di asfalto permea l’aria, le tende, i muri, anche la suola delle scarpe.
Martedì pomeriggio che cola.
Decido di non decidere niente, del colloquio che ho avuto di mattina, del martedì pomeriggio che scorre via tra il nero lucido – mi ricorda le scarpette che avevo da bambina – il notiziario alla radio e il calore del ferro da stiro.
Finalmente suona il telefono.
Bene bene bene! Si va a Ticino.
Per fortuna ci sono sempre, gli amici.
Arriviamo nel piazzale, e sembra già di essere in una dimensione parallela... niente macchine... e più avanti scorgiamo il bar, chiuso.
Silenzio.
Sotto il pergolato, ai tavolini del bar, dei pensionati chiaccherano fra loro, all’ombra.
Sembra di essere entrati di nascosto sul set di un film ancora da girare.
Camminiamo fino ad arrivare al fiume, incontrando solo qualche persona. La spiaggia sembra messa lì in esclusiva per pochi eletti.
Asciugamano, costume, giornale... amo quei sassi che ti si conficcano nelle ossa quando ti sdrai, amo quell’acqua azzurra, fredda e decisa a scorrere di gran fretta verso Pavia.
Il riflesso del sole sull’acqua, gli alberi sulla riva opposta che crescono in libertà, verso l’alto, verso il fiume, attorcigliati... Tutto questo mi fa pensare di non desiderare nient’altro dalla vita che stare per sempre qui.
A guardare il Ticino.
Dicono che sia inquinato.
Noi non resistiamo a non buttarci comunque.

Torno a casa, e il mio nipotino mi chiede: “Chicca, dove sei andata?”
“A fare il bagno a Ticino”
“Ah... ma... dove??”
“Dove c’è la corrente. Bisogna camminare un po’ per arrivare su quella spiaggia... mi sa che tu non l’hai mai vista. Un giorno se vuoi ti porto”.

:°°°)






















- scritto da Zurika 11:23 | commenti (1) -



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