zurika
       
  mercoledì, 27 aprile 2005

  ...la sensazione di oggi è di non riuscire a star dietro agli eventi, di scomparire dietro ad essi e di disciogliermi nell'acqua come una bustina di polase che non riesce a ricostituire il mio viso in via di disfacimento.

- scritto da Zurika 15:37 | commenti (2) -


venerdì, 22 aprile 2005

  "...guardando quel foglio, mi stupisce vedere come sia cambiato il modo di scrivere il mio nome, lo sforzo che adesso metto nel cercare di di inclinare le lettere per renderle eleganti e incisive, quando invece dieci anni prima quelle stesse lettere avevano un non so che di legnoso e austero. E in questo leggo un'ipotesi che non avevo contemplato ma che per un momento mi spaventa: l'idea che il mio modo di firmare sia cambiato nella stessa maniera in cui è cambiato il mio modo di stare al mondo, venendoci a patti, cercando di indossare il vestito migliore. E' questo il prezzo che si paga per non affogare?"

E. Clementi, "L'ultimo dio"
- scritto da Zurika 17:41 | commenti (7) -


giovedì, 14 aprile 2005

 
“Mi parli della sua esperienza nelle risorse umane, dato che, mi sembra di capire, è questa la sua VERA PASSIONE”.
Ora, per carità, lui cerca di fare il suo mestiere, ma anche saltare a conclusioni affrettate semplicemente leggendo il mio curriculum, mi sembra un po’ da ottusi.
Forse perchè passione non è certo ciò che nella mia vita possa associare a risorse umane.
A dirla tutta, ho sempre tentato di trovare perfino negli angoli più bui qualcosa – non dico di appassionante – di interessante, per lo meno, nelle risorse umane.
E in anni di attività, non l’ho trovato.
Sarà per questo che la conclusione affettata a cui il tipo è giunto, oggi, mi ha dato così fastidio.
Anzi, mi ha acceso un campanello d’allarme: chiunque legga il mio curriculum penserà che ho una passione per le risorse umane!
Ma scegliere un lavoro è come scegliere, che ne so, che corso frequentare al sabato, o che canale della tv guardare?
E poi, il lavoro viene scelto sempre?
Insomma, da questo colloquio, che è andato egregiamente bene secondo loro, ma tragicamente male per quel che riguarda me, mi si sono aperti mille interrogativi:
- dovrei fare l’attrice, dato che l’ho convinto di qualcosa di cui non sono convinta nemmeno io?
- esiste un lavoro che mi piace?
- un lavoro che anche mi piacesse, non diventerebbe insopportabile a lungo andare?
Mi rendo conto che il problema, anche se esclusivamente mio, esiste e non posso ignorarlo.
Fin da piccola mi hanno abituato a dover dare “il meglio” di me, a dovermi per forza impegnare in tutto, anche controvoglia (domanda classica del prete, in confessionale, alle elementari: “A scuola, ti impegni, fai il tuo dovere?”, ma mi son sempre chiesta se fosse davvero un “peccato” se non mi fossi impegnata... a chi avrei fatto del male?), al punto che anche all’università mi son sempre sentita in dovere di studiare fino in fondo, per accontentare e calmare quella vocina che ormai si era insediata dentro di me in una sorta di super-io freudiano, che mi ripeteva che sarebbe stata una vergogna e una colpa dimostrare di non aver svolto appieno il proprio “dovere”, di non aver fatto ciò che ci si aspettava da me (poi chi si aspetta qualcosa da me?), di non aver seguito le regole del gioco.
Le regole.
Ora le regole dicono che bisogna avere un lavoro. Forse per non sentir più parlare la vocina dentro di me, ho trovato un lavoro.
Forse un lavoro che potesse almeno apparentemente c’entrare qualcosa con una laurea in materie umanistiche.
“Apparentemente” perchè in fondo conta solo l’apparenza, e non ho mai capito cosa c’entrasse la filosofia con le risorse umane, se non per farmi odiare il modo in cui vi si opera, il mondo delle aziende e dei profitti, delle persone inserite in azienda e poi estromesse, dei candidati che guadagnano cifre astronomiche ma che vogliono cambiare sempre per motivi economici, a cui non importa dover dare il sangue alle società che li comprano, che non badano al fatto che la vita sia tempo e relazioni umane, e non il livello di “aggressività commerciale” che si è raggiunto.
La filosofia, la mia testa, i pensieri ricorrenti –forse eccessivamente – sul senso del mondo , mi hanno portato a detestare le catene che, consciamente o meno, legano gli uomini al dover fare, al dover apparire e al profitto economico.
La pubblicità. La televisione.
La competizione.
Sarà Milano, che è sempre di un grigiore paralizzante e di un fetore nauseante, sarà che stamattina mentre salivo dalla scala mobile della metropolitana fitta di gente che “manteneva la destra” avevo come l’impressione che fossimo tutti dei prodotti che passavano su una linea di produzione/catena di montaggio per venire poi inscatolati, sarà l’alienazione a cui non riesco a sfuggire, ma mi è purtoppo chiaro che io questo “sistema” non lo reggo.
Anzi... so che lo posso reggere, è forse questo il dramma.
E’ sufficiente scendere dal letto di mattina, vestirsi, mettersi una bella maschera al posto della faccia, e andare imbambolatamente verso Milano.
Inscatolatamente.
E quando sai che volendo, dovendo, ce la faresti a restare in una scatoletta, è difficile trovare il coraggio di uscirne.
Soprattutto quando non si vede distintamente la strada da seguire.
 

- scritto da Zurika 00:49 | commenti (4) -


sabato, 09 aprile 2005

 
Dedalo
 
Mi si dice che il paesino in cui vivo assomiglia ad un dedalo.
Non c’è una piazza.
Chiamiamo “piazza” la via che passa davanti alla chiesa, o l’incrocio delle vie più avanti, dove c’è il semaforo, o la zona circostante. Insomma, non esiste un luogo ben preciso che sia il centro del paese.
Urbanistica casuale, non saprei come difinirla, che fa sembrare tutto molto labirintico per chi non vi è abituato.
Poi c’è il fiume, il bosco (che è relativamente labirintico anche per me) e la spiaggia fatta di sassi.
Mi è capitato molto spesso che mi si dicesse che in questo paese la gente è pazza.
Vero.
Amiche e amici di Pavia, Milano, Cremona, Varese e via dicendo, mi hanno sempre chiesto cosa ci fosse di strano qui che fa impazzire la gente.
Non so.
E’ che non mi sembra diverso da tanti altri posti. E’ che per me questo paese è associato al fiume, e forse le persone le ho sempre viste come alberi. O sassi. Parti integranti del luogo, come potrei esserlo io.
Non nego che altrove tutto sarebbe diverso. Ma dove? E diverso come?
Forse i rapporti labirintici tra persone si formano in tutti i contesti in cui vige una mentalità chiusa. Il fatto è che mi sembra che sia così dovunque.
Lo dico a malincuore. E mentre lo dico mi sento già un po’ più in gabbia di prima, però se ci penso è così.
Se esiste un luogo diverso, ma diverso veramente, ditemelo.
Mi viene alla mente la mia infanzia, la maestra alle elementari che ci terrorizzava psicologicamente e che ci picchiava. Che ci imponeva la fede cattolica. Che legava i bambini alla sedia. Maestra stimata da tutti perchè era l’unica che riuscisse sfornare alunni istruiti.
Poi, scuole superiori, Pavia. L’unica professoressa che io abbia mai stimato lì dentro, qualche anno fa (non più di dieci) è stata cacciata da quel liceo perchè, divorziata, aveva risposato un prete il quale aveva abbandonato l’ordine per lei.
Scuola dove se vestivo di nero venivo interrogata. Dove ci insegnavano che dovevamo studiare anche di notte perchè eravamo diversi dalle commesse della upim.
Milano, anno duemila, la titolare della società dove lavoravo ci minacciava di licenziamento se non ci fossimo fermate oltre l’orario previsto, perchè, diceva “con meno di 15 dipendenti posso licenziare quando voglio”. Mi dicono che ora lei stia male e sia sotto psicofarmaci.
Duemilaecinque: il direttore trentenne di una scuola superiore (dove ovviamente lavoro) si arrabbia perchè un allievo non cattolico chiede di non partecipare all’ave maria per il funerale del Papa. Lo taccia di ignoranza e mentalità chiusa.
E’ chiaro che ad un certo punto mi chiedo: ma sono solo io che vedo tutte queste cose come follia pura? Paesino o non paesino, cosa significa tutto questo? che dovunque mi muova, finisco in un dedalo? Che devo sempre fare uno sforzo per non farmi coinvolgere dagli “altri” e dalla loro mentalità?
Il punto è che ho sempre cercato, e cerco, un varco, in mezzo alla follia.
Sembra strano anche a me, ma a volte l’ho trovato.

- scritto da Zurika 18:11 | commenti -


mercoledì, 06 aprile 2005

  Vorrei avere più coraggio nella vita.

- scritto da Zurika 11:37 | commenti (3) -


lunedì, 04 aprile 2005

 

Dopo un post che parlava di autobus, mi trovo a scriverne uno che parla di una vespa e di un'auto.
Una Lancia Y, precisamente.
Nera.
La mia.

Quando quel ragazzo in vespa è venuto contro la mia macchina, ieri, quando poi l'ho visto rotolare per terra dallo specchietto retrovisore, ecco... mi son sentita come un birillo del bowling.
Non è cinismo il mio, è solo che il fatto di subire gli eventi (voglio dire, è lui che ha preso quella curva a gomito con nonscialans, allargandosi come un fiume in piena) ti lascia quella sensazione di non avere pienamente il controllo della situazione. E dopo l'esperienza con il ciclista, con farcitura di carabinieri, avvocati e via dicendo, mi è forse scivolato via quel senso di compassione che forse in un altro momento mi avrebbe portato a pensare che in ogni caso, lui poverino si era fatto male (beh, stavolta solo lievemente) e io fortunatamente no, e che quindi mi sarei dovuta preoccupare per lui.
Avendo visto che il colpo era stato lieve per lui, mi è scattata una componente di freddezza e autodifesa che mi ha portato a dirgli frasi un po' dure.
Anche perchè subentra una serie di connessioni al fatalismo... e se fossi stata a piedi - e se dietro di lui ci fosse stata una macchina - e se non mi fossi fermata a parlare con la mia amica - e se - e se.

E' che ho capito una cosa: non ho più voglia di fare incidenti.
Cioè, non mi piacciono proprio.
Quindi perfavore, si potrebbero evitare?



 


- scritto da Zurika 11:37 | commenti (2) -



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