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zurika
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venerdì, 24 febbraio 2006
Il distacco
E’ da almeno mezz’ora che sono davanti al pc acceso e fisso il desktop e le icone.
Ho una faccia da buttare, trucco colato, occhi gonfi e un gran mal di stomaco. La testa tra le mani, un vecchio maglione di lana bianco sulle spalle.
Per oggi non ce n’è. Non riesco a farmene una ragione. Ma la scelta è stata mia, soltanto mia e devo saperla seguire fino in fondo.
E’ come lasciare un fidanzato a malincuore, come dover lasciare una casa dove stai bene o una festa dove eri diventato amico di tutti. O veder finire un film perchè ti rendi conto che la vita reale ti chiama e non puoi ignorarla.
Non ho figli, mai forse li avrò, non lo so, ma forse anche separarsi da un figlio assomiglia lontanamente a questa sensazione.
Sapere che hai dato qualcosa, non fosse altro che un minimo di stabilità, o di coraggio, o di sostegno. Di amicizia, anche. Che eri un punto di riferimento e nello stesso tempo qualcuno da rispettare e da cui farsi guidare.
Sapere che alla fine sono loro che però hanno dato qualcosa a te. E nemmeno lo sanno, nemmeno lo potranno capire. Ma inevitabilmente ci si deve separare, accettare il fatto di dover pensare anche – e soprattutto – a se stessi, e il fatto che loro ce la faranno anche senza di te.
Che non saprai come andrà a finire, che non conoscerai più nulla delle loro vite di cui ora fai parte, che tra poco sarai un lieve ricordo nella mente di persone che di problemi ne hanno mille.
Accettare il fatto che qualcuno piange perchè non ti vedrà più, che qualcuno ci rimane male, che qualcuno ti guarda con occhi delusi. Perchè non può capire, e perchè forse ha ragione.
Non me ne sarei mai potuta andare facendo finta di niente, come se fosse una cosa normale.
Chissà cos’hanno nella testa ora, questo non lo capirò e non lo saprò mai.
Sapevo che il distacco – che non è ancora terminato, almeno fino a mercoledì vaneggerò in questo stato da zombie visionaria – sarebbe stato difficile, perciò ne ero pienamente consapevole. Pensavo anche “meglio prima che poi”, perchè “poi” sarebbe stato ancora più faticoso.
Più doloroso di così?
Forse.
Quindi per me stessa me ne vado. Per me stessa tornerò nel mondo normale, alla vita reale, alla piattezza di giornate che all’inizio mi sembreranno forse inesorabilmente vuote e prive di significato, ai week end normali dove uscirò e parlerò con gli amici e non saranno più solo un emergere a prendere una boccata d’aria per poi tornare sott’acqua e far durare l’ossigeno fino al sabato seguente.
Dove avrò chiaro il confine tra il lavoro e la mia vita al di fuori di esso.
Ecco, credo per stasera di aver scritto fin troppo, la testa mi scoppia ugualmente come prima, la faccia è messa come sopra, spero solo di poter dormire, dopo tre notti insonni e agitate, e di non pensare di aver forse commesso un errore.
Vorrei poterli seguire sempre, condividere con loro le difficoltà e le gioie.
Ma ora tutto questo, che è nel mio cuore, devo chiuderlo a chiave e metterlo da parte.
- scritto da Zurika 23:08 | commenti (6) - |
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