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zurika
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sabato, 09 aprile 2005
Dedalo
Mi si dice che il paesino in cui vivo assomiglia ad un dedalo.
Non c’è una piazza. Chiamiamo “piazza” la via che passa davanti alla chiesa, o l’incrocio delle vie più avanti, dove c’è il semaforo, o la zona circostante. Insomma, non esiste un luogo ben preciso che sia il centro del paese.
Urbanistica casuale, non saprei come difinirla, che fa sembrare tutto molto labirintico per chi non vi è abituato.
Poi c’è il fiume, il bosco (che è relativamente labirintico anche per me) e la spiaggia fatta di sassi.
Mi è capitato molto spesso che mi si dicesse che in questo paese la gente è pazza.
Vero.
Amiche e amici di Pavia, Milano, Cremona, Varese e via dicendo, mi hanno sempre chiesto cosa ci fosse di strano qui che fa impazzire la gente.
Non so.
E’ che non mi sembra diverso da tanti altri posti. E’ che per me questo paese è associato al fiume, e forse le persone le ho sempre viste come alberi. O sassi. Parti integranti del luogo, come potrei esserlo io.
Non nego che altrove tutto sarebbe diverso. Ma dove? E diverso come?
Forse i rapporti labirintici tra persone si formano in tutti i contesti in cui vige una mentalità chiusa. Il fatto è che mi sembra che sia così dovunque.
Lo dico a malincuore. E mentre lo dico mi sento già un po’ più in gabbia di prima, però se ci penso è così.
Se esiste un luogo diverso, ma diverso veramente, ditemelo.
Mi viene alla mente la mia infanzia, la maestra alle elementari che ci terrorizzava psicologicamente e che ci picchiava. Che ci imponeva la fede cattolica. Che legava i bambini alla sedia. Maestra stimata da tutti perchè era l’unica che riuscisse sfornare alunni istruiti.
Poi, scuole superiori, Pavia. L’unica professoressa che io abbia mai stimato lì dentro, qualche anno fa (non più di dieci) è stata cacciata da quel liceo perchè, divorziata, aveva risposato un prete il quale aveva abbandonato l’ordine per lei.
Scuola dove se vestivo di nero venivo interrogata. Dove ci insegnavano che dovevamo studiare anche di notte perchè eravamo diversi dalle commesse della upim.
Milano, anno duemila, la titolare della società dove lavoravo ci minacciava di licenziamento se non ci fossimo fermate oltre l’orario previsto, perchè, diceva “con meno di 15 dipendenti posso licenziare quando voglio”. Mi dicono che ora lei stia male e sia sotto psicofarmaci.
Duemilaecinque: il direttore trentenne di una scuola superiore (dove ovviamente lavoro) si arrabbia perchè un allievo non cattolico chiede di non partecipare all’ave maria per il funerale del Papa. Lo taccia di ignoranza e mentalità chiusa.
E’ chiaro che ad un certo punto mi chiedo: ma sono solo io che vedo tutte queste cose come follia pura? Paesino o non paesino, cosa significa tutto questo? che dovunque mi muova, finisco in un dedalo? Che devo sempre fare uno sforzo per non farmi coinvolgere dagli “altri” e dalla loro mentalità?
Il punto è che ho sempre cercato, e cerco, un varco, in mezzo alla follia.
Sembra strano anche a me, ma a volte l’ho trovato.
- scritto da Zurika 18:11 | commenti - |
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