zurika
       
  giovedì, 14 aprile 2005

 
“Mi parli della sua esperienza nelle risorse umane, dato che, mi sembra di capire, è questa la sua VERA PASSIONE”.
Ora, per carità, lui cerca di fare il suo mestiere, ma anche saltare a conclusioni affrettate semplicemente leggendo il mio curriculum, mi sembra un po’ da ottusi.
Forse perchè passione non è certo ciò che nella mia vita possa associare a risorse umane.
A dirla tutta, ho sempre tentato di trovare perfino negli angoli più bui qualcosa – non dico di appassionante – di interessante, per lo meno, nelle risorse umane.
E in anni di attività, non l’ho trovato.
Sarà per questo che la conclusione affettata a cui il tipo è giunto, oggi, mi ha dato così fastidio.
Anzi, mi ha acceso un campanello d’allarme: chiunque legga il mio curriculum penserà che ho una passione per le risorse umane!
Ma scegliere un lavoro è come scegliere, che ne so, che corso frequentare al sabato, o che canale della tv guardare?
E poi, il lavoro viene scelto sempre?
Insomma, da questo colloquio, che è andato egregiamente bene secondo loro, ma tragicamente male per quel che riguarda me, mi si sono aperti mille interrogativi:
- dovrei fare l’attrice, dato che l’ho convinto di qualcosa di cui non sono convinta nemmeno io?
- esiste un lavoro che mi piace?
- un lavoro che anche mi piacesse, non diventerebbe insopportabile a lungo andare?
Mi rendo conto che il problema, anche se esclusivamente mio, esiste e non posso ignorarlo.
Fin da piccola mi hanno abituato a dover dare “il meglio” di me, a dovermi per forza impegnare in tutto, anche controvoglia (domanda classica del prete, in confessionale, alle elementari: “A scuola, ti impegni, fai il tuo dovere?”, ma mi son sempre chiesta se fosse davvero un “peccato” se non mi fossi impegnata... a chi avrei fatto del male?), al punto che anche all’università mi son sempre sentita in dovere di studiare fino in fondo, per accontentare e calmare quella vocina che ormai si era insediata dentro di me in una sorta di super-io freudiano, che mi ripeteva che sarebbe stata una vergogna e una colpa dimostrare di non aver svolto appieno il proprio “dovere”, di non aver fatto ciò che ci si aspettava da me (poi chi si aspetta qualcosa da me?), di non aver seguito le regole del gioco.
Le regole.
Ora le regole dicono che bisogna avere un lavoro. Forse per non sentir più parlare la vocina dentro di me, ho trovato un lavoro.
Forse un lavoro che potesse almeno apparentemente c’entrare qualcosa con una laurea in materie umanistiche.
“Apparentemente” perchè in fondo conta solo l’apparenza, e non ho mai capito cosa c’entrasse la filosofia con le risorse umane, se non per farmi odiare il modo in cui vi si opera, il mondo delle aziende e dei profitti, delle persone inserite in azienda e poi estromesse, dei candidati che guadagnano cifre astronomiche ma che vogliono cambiare sempre per motivi economici, a cui non importa dover dare il sangue alle società che li comprano, che non badano al fatto che la vita sia tempo e relazioni umane, e non il livello di “aggressività commerciale” che si è raggiunto.
La filosofia, la mia testa, i pensieri ricorrenti –forse eccessivamente – sul senso del mondo , mi hanno portato a detestare le catene che, consciamente o meno, legano gli uomini al dover fare, al dover apparire e al profitto economico.
La pubblicità. La televisione.
La competizione.
Sarà Milano, che è sempre di un grigiore paralizzante e di un fetore nauseante, sarà che stamattina mentre salivo dalla scala mobile della metropolitana fitta di gente che “manteneva la destra” avevo come l’impressione che fossimo tutti dei prodotti che passavano su una linea di produzione/catena di montaggio per venire poi inscatolati, sarà l’alienazione a cui non riesco a sfuggire, ma mi è purtoppo chiaro che io questo “sistema” non lo reggo.
Anzi... so che lo posso reggere, è forse questo il dramma.
E’ sufficiente scendere dal letto di mattina, vestirsi, mettersi una bella maschera al posto della faccia, e andare imbambolatamente verso Milano.
Inscatolatamente.
E quando sai che volendo, dovendo, ce la faresti a restare in una scatoletta, è difficile trovare il coraggio di uscirne.
Soprattutto quando non si vede distintamente la strada da seguire.
 

- scritto da Zurika 00:49 | commenti (4) -



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