mercoledì, 17 settembre 2003
Ieri mi chiedevo se in alcune circostanze valga o meno la pena di rischiare, di buttarsi in qualcosa di nuovo, che magari comporti una perdita. Pensavo che finchè si è coinvolti, non si è abbastanza lucidi per capire da che parte in realtà si vorrebbe andare, non ci si accorge di quali siano le cose per cui valga la pena "vivere". Intendo "vivere" non nel suo significato contrario alla morte, naturalmente, ma come contrapposto al "sopravvivere". E pensavo anche che se io non avessi niente, ma niente-niente, allora sarebbe più facile decidere, più facile buttarsi, dato che non avrei nulla da perdere. "Se potessi distruggere tutto quello che ho..." - mi dicevo - "...le cose materiali, i legami con le altre persone, tutto ciò che mi lega, in qualche modo, a questo tipo di sopravvivenza, ecco che allora vedrei chiara la soluzione". Beh, mi sono proiettata in quella situazione, e anche se è stato solo un momento, mi è piaciuto quello che ho visto. E ringrazio quel momento, di per sè, che mi ha regalato un senso di appagamento, e che mi ha ricordato il passato, in una poesia di Cesare Pavese:
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera, insonne, sorda, come un vecchio rimorso o un vizio assurdo. I tuoi occhi saranno una vana parola, un grido taciuto, un silenzio. Cosí li vedi ogni mattina quando su te sola ti pieghi nello specchio. O cara speranza, quel giorno sapremo anche noi che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Sarà come smettere un vizio, come vedere nello specchio riemergere un viso morto, come ascoltare un labbro chiuso. Scenderemo nel gorgo muti.
- scritto da Zurika
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